Credit Crunch, quando la stretta fa la recessione

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Sempre più spesso in questi giorni fanno la comparsa, a ripetizione, sulle scene economiche italiane ed internazionali due parole chiave: credit crunch e recessione.  Queste due parole, apparentemente così lontane sono in realtà legate a doppio filo dato che la prima influenza e determina la pesantezza della seconda.  Vediamo di capire cosa stanno a significare.

 

Con il termine recessione  si intende una contrazione generalizzata dei consumi, e quindi del PIL di una nazione, per almeno due trimestri consecutivi, dovuta a diversi fattori: abbassamento del potere d’acquisto dovuto all’inasprirsi di tasse e accise o al non adeguamento dello stesso al costo della vita, crisi di uno o più settori produttivi, aumento della disoccupazione,  diminuzione della domanda di a fronte dell’inflazione.

 

Con la recessione entrano tutti i settori in crisi, comprese le banche, che cominciano a stringere i cordoni, non risultando più espansive come ai tempi delle vacche grasse. E’ in questo caso che si inizia a parlare di credit crunch, di stretta sul credito. Si entra in recessione, circola meno denaro, le famiglie attingono a tutto quello che hanno per tirare avanti, le banche hanno di conseguenza meno liquidità sia per investire e speculare sia per finanziare le imprese, e così smettono di finanziare. Maggiormente le imprese più in difficoltà, anche se lobby e interessi vogliono che non sempre questo sia vero.

 

Il credit crunch è pertanto un calo significativo (o inasprimento improvviso delle condizioni) dell’offerta di credito.  A seguito della stretta del credito, possono verificarsi fallimenti sia di banche che di imprese e famiglie debitrici con la conseguenza di accentuare la fase recessiva. Dalla quale, è bene rammentarlo, non se ne esce se non agevolando i consumi, con bonus fiscali, con aumento dei salari, con diminuzione di tasse e accise, con la crescita dell’occupazione… Esattamente il contrario delle misure che i governi solitamente prendono in considerazione. E’ per questo che, da questa recessione, non ci sembra di uscirne mai. Ed anche le imprese iniziano a notarlo, troppe sono quelle che falliscono dietro alla stretta mortale del credit crunch, così quelle che restano o sono forti e vanno avanti pressoché con i propri mezzi, o ricorrono a quotazioni in borsa, aumento delle quote cedute in borsa (che è pressoché elemosinare, tirare a campare grazie al risparmiatore), oppure sono imprese mafiose. E quelle, si sa, proliferano sempre, ancor più in tempi di crisi.

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