Lei scappa da sé… Sulla “strada provinciale tre”

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Lei scappa da se, così tutto è più facile. Ma non è solo questo. Lei scappa da una vita standardizzata, dalla noia, dalla depressione che ti assale se arrivi al punto di pensare che la tua esistenza è comune e non speciale. Ma scappa anche da molto altro, sulla strada provinciale tre.

 

Lei corre, corre via e assieme al sudore scivola via la vita che aveva, fra incontri sgradevoli o graditi, nelle vite desolate e vuote della gente normale o attraverso umanità marginali, sempre inclini ai rapporti sociali. Il viaggio di Vera inizia già in corsa, non sappiamo nulla di lei, sappiamo che è su una strada, la strada provinciale tre, e corre. Comincia così il suo salpare verso la libertà, nessun lido prefissato, nessuna sosta obbligata. Sta scappando, anche se pensa di non farlo, anche se pensa semplicemente di star correndo, no, sta fuggendo. Non fugge da un pericolo insormontabile, non fugge da una situazione insostenibile, non fugge per paura alcuna: evade semplicemente dalla propria vita, una vita non voluta però capitata, una vita standardizzata, comune alla maggioranza della popolazione.

 

Scuola, casa, famiglia, lavoro… E un desiderio, mai soppresso, d’andare lontano. Lontano finché il corpo tiene, senza decidere a priori se, dove e quando fermarsi. Chi non ha mai pensato di lasciare tutto e partire? Almeno una volta nella vita? Vera questo viaggio, dopo averlo pensato, lo intraprende veramente. E una notte prima dell’alba molla tutto e inizia a correre. Sa dov’è, sulla strada provinciale tre, non dove va. Si preoccupa del presente: di dove passare la notte, di dove trovare qualcosa da mangiare e da bere. Vive in funzione degli spasmi fisici, dei bisogni primari impellenti e non di quelli sociali (il telefonino, il bel vestito, la salvaguardia dall’opinione altrui, la bella macchina…), delle necessità vitali, bandendo al minimo i rapporti umani. Inutili fronzoli fra gli ammennicoli.

 

Malgrado ciò incontrerà non potrà evitare d’incontrare diverse persone lungo il cammino (un vecchio e uno slavo di Chernobyl su tutti), che la faranno giungere ad una drammatica conclusione. Voleva andarsene, voleva liberarsi, essere libera finalmente. Ma non c’è modo di andarsene. Veramente. E non c’è libertà, libertà totale. Perché si arriverà sempre da qualche parte e toccherà ricominciare tutto daccapo, con una famiglia, perché si comincia sempre da una famiglia, ed una casa. Una casa, le incombenze a cui far fronte, mucchi di biancheria da lavare… Ed una bambina, magari, da poco nata che disegnerà case, con muri, porte, finestre. Gabbie perfette, in cui stipare la libertà sedicente. Una bambina che crescerà: diventando donna, che probabilmente si sposerà ed andrà a vivere in una casa, con un’altra famiglia. Con altri mucchi di biancheria da stirare o bollette da pagare, con le pile dei giornali vecchi in salotto che nessuno si ricorda mai di buttare… In un ciclo eterno in cui tutto resterà uguale, schiavi, costretti dal sociale a sopravvivere e procreare, rinunciando spesso al proprio volere, alla propria libertà.

 

A tutto questo Vera però dice stop. Al calendario sempre uguale con appuntati i giorni buoni per coltivare. Al marito da coadiuvare. Al lavoro di grafico pubblicitario. Ai pranzi domenicali. Alla depressione che l’aveva colpita dopo che aveva abortito, volutamente, per non finire come tutta l’altra gente. Basta, dà un taglio e si riappropria della propria vita, del proprio arbitrio. Si riappropria della propria vita scappando dalla propria vita, o da quello che credeva lo fosse. Da una vita normale, come quella di tutti. Si riappropria di sé scappando da sé. Dal sé socialmente costruito, per tornare al sé allo stato brado. Più libero e incosciente, perché è la coscienza che ci frena, il dovere morale ci impone di restare. Lei il suo dovere morale lo ha represso, chissà che Simona Vinci (l’autrice) non abbia mai desiderato di fare altrettanto.

 

Il libro che qui vi consigliamo, intitolato “ Strada provinciale tre “, è edito da Einaudi ed è di 228 pagine, la scrittura è tale da farlo scivolare in poche settimane, se non si ha mai tempo per leggere.

 

Frase da segnalare, pag. 45:

 

<< […] Ma vergogna di cosa, esattamente? Vergogna della povertà. Della sporcizia. Dell’indecenza. E’ questo. Essere poveri, sporchi, è essere indecenti. Di cos’altro ci si può vergognare? Solo di essere poveri. Questa è la vergogna, l’unica rimasta: la povertà. Stupita, la donna pensa – e nel momento stesso in cui il pensiero si volge compiuto nella sua testa si rende conto di quanto sia ovvio, e banale questo pensiero, e dunque, forse proprio per questo tanto vero -: nessuno si vergogna più di essere ignorante, maleducato, cattivo, di essere mediocre, stupido, di essere crudele, incapace di pietà. Nessuna di queste cose fa più vergognare. Solo essere poveri. La povertà, è la cosa peggiore che possa capitarti. Adesso lo capisce. Prima no. Prima, era anche lei come tutti gli altri  […]>>

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