Le mani sulla città, politica di uno Stato connivente coi potenti, potente con chi non conta niente

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E’ impressionante vedere come un film del 1963 sia ancora attuale. Nonostante il bianco e nero, nonostante il disagio sociale appena contenuto grazie al benessere finto e consumato rispetto al passato, quand’era lampante, evidente.

 

La politica era una roba sporca e tale rimane. I mattoni (i costruttori) l’hanno fatta da padroni e padroni sono tuttora. In cinquant’anni non è cambiato niente malgrado stragi di stato, illusioni socialiste-comuniste-studentesche e bugie capitaliste. Si guarda al passato per fare in modo che un futuro non sia eguale, solo che lo stesso presente fa rabbrividire, figuriamoci quello che deve arrivare… Se c’è qualcosa che impari guardando “Le mani sulla città”, di Francesco Rosi è che ciò che era è ora. Nel tempo si è modificato il costume sociale, anche grazie a quelle illusioni date dal benessere virtuale e dal sedicente capitale, eppure il malcostume è uguale. Fatto di politica e di connivenze. Di politica di connivenze anzi, si arriverebbe a dire, perché in un sistema corrotto e clientelare l’essere complice è una vera e propria linea politica da seguire. Nel bene e nel male. E da insegnare. Allora come adesso, dal momento che ancora ora la politica si fa zerbino dei potenti, spesso invitandoli a legiferare sulle proprie fortune conflittuali, e leone con gli altri, gli astanti, coloro i quali non contano niente, se non un voto, una croce, un rimborso elettorale.

 

Le mani sulla città, di Francesco Rosi, invece dovrebbero proiettarlo nelle scuole. Dovrebbero insegnare ai bambini, prima che lo capiscano attorno ai trent’anni, che se si vuole cambiare veramente tocca estirpare il male… Ed il male ha un solo nome, si chiama potere, denaro, ambizione. Come quella del consigliere Nottola, spregiudicato imprenditore del  mattone con un futuro da costruire come assessore all’urbanisitica, con il nuovo piano regolatore. E grazie al partito, di centro (DC), a cui si associa appena voltata la faccia al suo vecchio partito di destra, poco prima delle elezioni comunali, che lo voleva accantonare per vincere le elezioni e non farsi risucchiare dallo scandalo del quale era accusato il consigliere: l’aver contribuito col suo palazzo in costruzione al crollo di un palazzo fatiscente adiacente, nel centro di Napoli, causando la morte di due persone ed il ferimento di un bambino. Dallo scandalo di uno Stato che svende un terreno del pubblico demanio ad un imprenditore (Nottola) non per farci un museo, un parco, un ospedale… Ma per farci un palazzo, da vendere a caro prezzo, il prezzo dato dalle leggi del mercato e del tornaconto, individuale, del consigliere-imprenditore.

 

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Questo almeno viene alla luce grazie al contributo del consigliere De Vita, comunista, il quale ottiene una commissione d’inchiesta sul crollo, che come buona abitudine non porta a niente, se non una deplorazione formale per l’imprenditore-consigliere che così, col beneplacet anche del vecchio partito, diviene assessore e può continuare a perpetrare (anche coi finanziamenti di Stato), il proprio reato. In mezzo ad abusi edilizi, connivenze politiche fra potenti, proteste subito sedate con promesse o maniere forti. Fino a che non ci saranno, col tempo, le illusioni pacifiste, le stragi organizzate a rimettere tutto a tacere, a calmare la popolazione, a cloroformizzare la gente, con la televisione oppure, giorni nostri, con la rete virtuale (sociale).

 

Le mani sulla città, di Francesco Rosi, è del 1963, ma è ancora fottutamente moderno. E’ didascalico e premonitorio. E’ lungimirante, anche se non può nemmeno lontanamente immaginare il declino sociale nel quale viviamo ora. E non può ipotizzare come andrà a finire, se non invertiremo presto la rotta. Ripuntando a dritta, sul piano del sociale, quello morale, del giusto e dell’equo, dell’etica, della buona politica. Perché quando tutto è andato a farsi fottere non resta più niente. Perfino le puttane perdono il loro fascino, il loro sapore. Figuriamoci le relazioni umane, il rispetto della dignità, della vita, delle persone. Ma se lo si desidera, davvero, si può cambiare. Andando oltre la politica di uno Stato connivente (e zerbino) coi potenti, di uno Stato potente con chi non conta niente.

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