Google Glass e la privacy di riflesso: allarme riconoscimento facciale

GlassGoogle

In un mondo interconnesso all’esasperazione, fatto di Smartphone, Cookie e Dati Personali esibiti per ottenere automazioni ed agevolazioni procedurali non fanno di certo scalpore le nuove innovazioni, tipo gli occhiali Smart di Google, i Google Glass, di prossima uscita. Eppure…


Eppure i garanti per la privacy di cinque stati (
Canada, Nuova Zelanda, Australia, Messico, Israele, Svizzera) oltre alla stessa Unione  Europea, hanno inviato a Larry Page e all’azienda di Mountain View, una lettera in cui si chiedono spiegazioni. Spiegazioni e chiarimenti anche sul fantomatico riconoscimento facciale, una delle funzioni dell’occhiale. Spiegazioni quindi sulla privacy non solo degli utenti, ma degli avventori inquadrati dagli occhiali Smart di Google. Circa la privacy soprattutto di questi ultimi mediante la raccolta di dati sensibili nonché fisiognomici.



Ad ogni faccia un nome e cognome. Ad ogni nome o cognome un profilo sociale, una carta di credito, degli acquisti tarati sul gusto personale, delle campagne di marketing e dei prodotti creati ad arte in base al target da colpire. Ma non solo.



Ad ogni faccia una persona, uno stile di vita, da studiare, conoscere, interpretare, prevedere nelle reazioni, per tacitarne le ebollizioni, per sedarne le opinioni, attraverso le scelte globali dei governi mondiali. Cyber-paranoie? Perfida fantascienza?

Di vero c’è che quotidianamente ognuno di noi vende i propri dati, le proprie opinioni, scambia informazioni circa gli acquisti in rete e/o nel negozio Benetton sotto casa, si fa controllare dalle applicazioni e tutto per avere uno sconto al supermercato, un benefit digitale sul prossimo acquisto tecnologico, l’applicazione perfetta e funzionale per calcolare la distanza del sole dall’equatore ed il percorso ottimale per arrivarci, per avere una tecnologia che interpreti bisogni e pulsioni prima ancora che lo facciano gli esseri umani, siano essi commessi, psicologi o meramente famigliari ed amici. Ma tutto questo è lecito, si dirà, in virtù del beneplacito che si dà. Scaricando l’app, compilando un’indagine online… E quando il beneplacito è insito? Quando il beneplacito è figlio di un riflesso non condizionato? Di un riconoscimento facciale compiuto sulla base di algoritmi e confronti con foto pubblicate in rete sui propri profili sociali da un oggetto, il Google Glass appunto, grazie all’inquadratura che gli occhiali intelligenti hanno acquisito mentre il fortunato possessore era in coda al cinema? Mentre il fortunato possessore dei Google Glass vi guardava?

 

Certo non è detto che a lui, fortunato possessore, sia demandata la possibilità di sapere vita morte e miracoli della ragazza dei popcorn, già al primo sguardo, a meno di una qualche app che comunque si prodigherebbero a mettere subito in circolo, ma chi lo dice che i dati raccolti, così come i vari tracking geolocalizzanti degli Smartphone e dei programmi di navigazione satellitare o meno al loro interno già fanno, non siano inviati ad un database globale a cui le multinazionali abbiano accesso previo pagamento per lo studio e la commercializzazione del loro prodotto? Chi lo dice che a questi database non vi abbiano accesso poi governi, associazioni segrete o meno, per tenere sotto controllo le opinioni, le umane passioni per uniformare e ammansire, per cerebro-spegnere le persone e spadroneggiare con più facilità che in passato?

 

Il passo fra il Grande Fratello orwelliano e il tempo che stiamo vivendo è nullo o quasi ormai. E non basta selezionare i media a cui aderire, è un semplice onanismo anche quello di mascherarsi dietro mentite spoglie, avatar e nick, convinti di non esser raggiunti: in rete nulla è privato per chi ha i passepartout e li sa usare. L’unica soluzione sarebbe farne a meno, tornare all’uso della primigenia forma di condivisione, quella contestuale. Alle riunioni, alle discussioni, alla partecipazione fisica più di quella virtuale e, quando questa non sia possibile per le distanze, a farne un uso il più protetto possibile. A rinunciare alla raggiungibilità perenne, rendendosi irraggiungibili perfino, anche a costo di spaventare qualcuno. Ma queste sono soluzioni estreme, per adottarle ci vogliono le rivoluzioni culturali, e non è un periodo fertile per proporle o per riuscire a compierle. Del resto basta uscire, andare al supermercato per vedere come siamo finiti.

Per vedere che si sono sostituiti i rapporti interpersonali con quelli digitali. Che all’amore di un padre per un figlio che lo protegge e tutela anche a spasso o a far la spesa al supermercato si è messo in mezzo lo strumento tecnologico, esibito, adoperato pure mentre il figlio scappa a destra e sinistra, dal padre che anziché controllarlo legge news, aggiornamenti di stato sui social, scrolla pagine internet senza poterne fare a meno, quasi come fosse più importante il proprio Smartphone che il bambino che ha messo al mondo.

Un cowboy direbbe: E’ la vita digitale bellezza. Ma siamo sicuri di essere pronti e, soprattutto di volerla davvero?  Come di… Non poterne fare a meno?

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One Response to “Google Glass e la privacy di riflesso: allarme riconoscimento facciale”

  1. Giovanna scrive:

    Wow… diventerò famosa mio malgrado!!! ah ah
    :)

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