Zero Zero Zero, quando la farina più buona diventa un libro di Saviano

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C’è dentro Saviano in Zero Zero Zero. E non potrebbe essere altrimenti, ma non c’è dentro solo nelle parole, nei fatti, nel raccontare, c’è dentro con tutti i suoi sentimenti. Quelli del chi me lo fa fare di continuare a strillare ad un mondo di sordi o di finti tali, un mondo di chi non vuol sentire e ti parla sopra, un mondo che non vuole ascoltare, se non la sua musica con le cuffie ben calate sulle orecchie.

 

C’è dentro Kiki Camarena e la sua storia di dolore, c’è dentro El Padrino il messicano, El Chapo, Pablo Escobar il colombiano e poi Bebè Pannunzi, da poco arrestato, l’italiano. C’è il russo Mogilevic, e ci sono tanti altri narcotrafficanti. Uomini, colpevoli. Criminali, efferati. Padreterni convinti di modificare le loro sorti quando in realtà le modificano solo agli altri. Che si ritrovano morti ammazzati in famiglia, direttamente o indirettamente per quella farina, quella più buona, quella descritta in più di un capitolo e in maniera approfondita nel nuovo libro di Roberto Saviano, zero zero zero.

 

La cocaina che passa per i campesinos, che passa per i narcos, che passa per le donne narcos come Griselda e le mamme, che invade le piazze, le banche con la quale evitano i fallimenti dell’economia di mercato. E delle speculazioni. La perlata che passa di mano in mano, di bossolo in bossolo, di pancia in pancia, di vita in vita. Bruciata. E che diventa una storia avvincente e antica quasi come la storia del mondo, che parte da un bisogno del mondo e ancor maggiore nella vita moderna: fare un milione di cose senza possibilmente rifiatare, con la massima energia possibile. Inesauribile. Costante. Con una controindicazione, perché a consumarsi non sono solo le narici, l’appetito o l’erezione, a consumarsi è l’esistenza stessa delle persone e di chi per qualche motivo ci è legato, o ci entra in contatto fortuitamente, attraverso un impatto, un incidente al semaforo, semplicemente.

 

Dentro Zero Zero Zero c’è tutto, si potrebbe parlare dell’antologia della farina. Quella più buona. La farina, la cocaina, in ogni sua forma e sfumatura. E poi c’è il pusher che ti spiega come funziona, il boss che fa il discorso alle nuove leve facendo ben intuire su cosa gira il mondo e da che parte bisogna stare per non essere coglione, c’è Yara Gambirasio e la morte del centro commerciale, ci sono i gruppi affamati ed efferati che ammazzano gli amici per spartirsi in sempre meno il ricavo di tutto, e poco importa se siano messicani (Los Zetas) o salvadoregni (Mara 18, Mara Salvatrucho), alla fine lo scopo è sempre lo stesso: incutere timore, vincere, per non soccombere. Come fanno i giornalisti che vogliono dare una lettura umana della cosa, che vogliono far capire al mondo che la colpa della malavita è della mancanza di opportunità che il mondo, la società, da ai suoi figli. Come Cristian Poveda e la sua La Vida Loca. O come i giornalisti di protesta che denunciano malcostumi e farse: Bladimir Antuna Garcia, che denunciava le connivenze fra i narcos e le forze dell’ordine messicane. Ma a questo mondo si sa, per certi livelli non si può alzare la coperta per pulire il marcio che c’è sotto, per certi livelli meglio far fuori chi non sa stare al mondo, quello che lo vuole più pulito.

 

Ma, a ben guardare, dentro zero zero zero, c’è l’amarezza di uno scrittore, un giornalista, che vive sotto scorta da anni, che non è libero e che malgrado tutto quello che gli dicono, i soldi che ha fatto e che gli rinfacciano, la notorietà che ha raggiunto, le persone che conosce ed ha conosciuto… Lo vedi che è solo. Solo a combattere una guerra che gli altri dicono di lasciar perdere. Solo a gridare nel silenzio della morale. Solo. E lo capisci all’ultimo capitolo, commovente, quanto è grande la sua solitudine ed il suo lavoro.

 

Può non piacere, può essere antipatico, può rimanere sempre lo stesso ad ogni libro. Ma Saviano va sempre letto. E Zero Zero Zero altrettanto. Perché per capire come gira il mondo, su cosa si basino gli scambi e le passioni, le pulsioni umane, non si può prescindere dalla storia della cocaina, e degli uomini che l’hanno fatta diventare la regina del nostro tempo infame.

 

Sarebbero tante le cose da citare, ci limitiamo ad un paio di estratti, forse tre diversi, dal libro, consigliandovi di leggere vivamente il resto, se non si è capito.

 

“La cocaina è la benzina dei corpi. E’ la vita che viene elevata al cubo. Prima di consumarti, di distruggerti. La vita in più che sembra averti regalato, la pagherai con interessi da strozzino. Forse, dopo. Ma dopo non conta nulla. Tutto è qui e ora.”

 

“Il mondo è una pasta tonda che lievita. Lievita attraverso il petrolio. Lievita attraverso il coltan. Lievita attraverso i gas. Lievita attraverso il web. Tolti questi ingredienti, rischia di afflosciarsi, decrescere. Ma c’è un ingrediente più veloce di tutti e che tutti vogliono. Ed è la coca. Un ingrediente senza il quale non potrebbe esistere nessuna pasta. Proprio come la farina. E non una farina qualsiasi. Una farina di qualità. La migliore qualità di farina: zero zero zero.”

 

“È troppo facile credere in ciò in cui credevo io all’inizio di questo percorso. Credere in ciò che diceva Thoreau: “Non l’amore, non i soldi, non la fama, datemi la verità”. Credevo che seguire queste strade, quei fiumi, annusare i continenti, immergere le gambe nella mota potesse servire a ottenere la verità: rinunciare a tutto per avere la verità. Non funziona così, Thoreau. Non la si trova. Più ti avvicini a pensare di aver capito come si muovono i mercati, più ti accosti alle ragioni di chi corrompe chi ti è vicino, di chi fa aprire i ristoranti e fa chiudere le banche, di chi è disposto a morire per danaro, più capisci i meccanismi e più comprendi che era tutt’altra la strada che avresti dovuto prendere. Per questo motivo non ho maggior rispetto verso di me, che vado indagando, prendendo appunti, riempiendo agende, conservando sapori. Non ho maggior rispetto verso di me alla fine di un percorso incapace di darmi felicità e di condividerla. E forse non ho neanche consapevolezza di questo. So solo che non potevo fare altro.

E se avessi fatto diversamente? Se avessi scelto la via lineare dell’arte? Una vita da scrittore che qualcuno definirebbe puro, per esempio, con le sue paturnie, le sue psicosi, la sua normalità. Racconta storie ispirate. Arrovèllati su stile e narrazione. Non l’ho saputo fare. Mi è capitata la vita del fuggiasco, del corridore di storie, del moltiplicatore di racconti. La vita del protetto, del santo eretico, del colpevole se mangia, del falso se digiuna, dell’ipocrita se si astiene. Sono un mostro, com’è mostro chiunque si è sacrificato per qualcosa che ha creduto superiore. Ma conservo ancora rispetto. Rispetto per chi legge. Per chi strappa un tempo importante della sua vita per costruire nuova vita. Nulla è più potente della lettura, nessuno è più bugiardo di chi afferma che leggere un libro è un gesto passivo. Leggere, sentire, studiare, capire è l’unico modo di costruire vita oltre alla vita, vita a fianco della vita. Leggere è un atto pericoloso perché dà forma e dimensione alle parole, le incarna e le disperde in ogni direzione. Capovolge tutto, fa cadere dalle tasche del mondo monete e biglietti e polvere. Conoscere il narcotraffico, conoscere il legame tra la razionalità del male e del danaro, squarciare il velo che ottunde la supposta consapevolezza del mondo. Conoscere è iniziare a cambiare.”

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