L’educazione Siberiana e la maleducazione cinematografica di Salvatores: recensione libro e film

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Spesso capita che dopo aver letto un libro si veda il film che quel libro ha ispirato. Molte volte avviene il contrario: colpiti dal film ci si avventura fra le pagine del libro da cui è tratto. Non molte volte capita che il film superi il libro, alle volte può accadere (è il caso, ad esempio, di “Mio fratello è figlio unico “  di Daniele Lucchetti e de “Il Fasciocomunista” di Antonio Pennacchi da cui è tratto, in cui il film è nettamente superiore sebbene non riconosciuto dall’autore), ma il più delle volte è sempre il film a far incazzare per il pressappochismo con cui vengono colti aspetti, sorvolati particolari, cambiati fatti, nomi, personaggi per renderli funzionali alla trama della pellicola, ad una diversa modalità espressiva rispetto a quella letteraria.

 

Ma il medium che veicola la storia, seppur deve tradurre e trasporre, non ha il diritto di stravolgere al punto da rendere privo di pathos e di amore ciò che con amore e meticolosità è stato scritto, descritto e rappresentato, come nel bel libro Educazione Siberiana di Nicolai Lilin.

 

La sceneggiatura e il libro si discostano in molto se non in tutto, tanto che pare d’esser di fronte a due storie diverse, in cui quella letta non è solo la bella copia di quella cinematografica, è qualcosa di più, è uno spaccato su un mondo che è esistito e non c’è più, ma senza nostalgie, senza rimpianti, una fotografia di usi, tradizioni, costumi e retroscena che raccontano l’educazione avuta dal protagonista (lo stesso Lilin-Kolima) nella comunità degli Urca Siberiani. Per quanto riguarda il film invece ci troviamo di fronte ad una storia senza mordente, di amicizia e invidia fra due amici che nel libro non lo sono mai se non per far fronte ad un evento, lo stesso su cui Salvatores, Rulli e Petraglia (gli altri sceneggiatori) hanno incentrato il lato drammatico della vicenda, banalizzando tutto, trovando un punto di sfogo per quel conflitto artefatto ricreato, ricercato, inventato, fra Kolima e Gagarin, trovando un espediente volgare e retorico convinti di averne fatto un capolavoro. Invece non ci si affeziona ai personaggi come invece avviene nel libro, non si prova repulsione per la vicenda, non si resta sconvolti, non si capisce quanto sia esecrabile per la comunità quanto sia successo, e tutto scorre retorico e banale.

 

Educazione Siberiana di Lilin racconta – fin troppo didascalicamente – la vita, la tradizione e le leggi con cui è cresciuto, i miti e le leggende della sua comunità, fra un’esperienza di vita e l’altra, come il finire in carcere due volte, come l’apprendimento del mestiere di tatuatore (che alterna oggi a quello di scrittore). Attraverso le vicende di Kolima e dei suoi amici ci imbarchiamo in un viaggio a ritroso in un mondo che sebbene sia tacciato per criminale mostra più rispetto, fratellanza e integrazione perfino riguardo al mondo normale. Un mondo che pare perfino migliore, soprattutto per la ripugnanza verso il denaro, ma che dovette soccombere dietro lotte interne fra etnie rivali e il regime russo, che ovviamente non aveva a ben vedere la diserzione con la quale si opponevano all’omologazione.

 

Educazione Siberiana, di Nicolai Lilin, qui in recensione, vi farà passare ore piacevoli, vi farà perdere con la fantasia in una realtà lontana nel tempo e nello spazio, vi farà entusiasmare e patteggiare per dei criminali alle volte, vi farà conoscere un popolo smarrito con tutto il suo corollario, vi farà dispiacere per il destino di una ragazza autistica e rallegrarvi per la fine che faranno i suoi aguzzini. Educazione Siberiana di Salvatores invece vi farà rimanere male per la superficialità ed il pressappochismo con cui si è ridotto a zero o quasi un mondo, relegato al conflitto amicale (e ribadiamo banale) che sfocia nella violenza sessuale fino alla vendetta “esercitata“. Per la scomparsa di ogni critica al mondo “legale” delle autorità e delle forze dell’ordine, spesso violente al pari se non peggio dei criminali, già solo se si pensa al capitolo “carcere minorile” del libro.

 

Per queste ragioni consigliamo vivamente di leggere il libro, di cui qua sotto troverete un estratto, e di ignorare a piè pari il film.

 

Tratto da uno degli incontri di Kolima con Nonno Kuzja, autorità della comunità degli Urca Siberiani cui competeva la sua educazione:

Nonno Kuzja non mi educava facendo lezioni, ma parlando, raccontando le sue storie e ascoltando le mie ragioni. Grazie a lui ho imparato tante cose che mi hanno permesso di sopravvivere. Il suo modo di vedere e capire il mondo era molto umile, non parlava della vita dalla posizione di uno che osserva dall’alto, ma da quella di un uomo che sta in piedi sulla terra e cerca di restarci il più a lungo possibile. […]

–          Guarda come siamo messi figliolo… Gli uomini nascono felici, però si autoconvincono che la felicità è qualcosa che devono trovare nella vita… E cosa siamo? Un branco di animali senza istinto, che seguono idee sbagliate, cercando quello che già hanno… […] Guarda gli animali, secondo te loro ne sanno qualcosa della felicità?

–          Beh, penso che anche gli animali ogni tanto si sentono tristi o felici, solo che non riescono a esprimere i loro sentimenti… – ho risposto io.

Lui mi ha guardato in silenzio e poi ha detto:

–          E lo sai perché Dio ha dato all’uomo una vita più lunga di quella degli animali?

–          No, non ci ho mai pensato…

–          Perché gli animali vivono seguendo il loro istinto e non fanno sbagli. L’uomo vive seguendo la ragione, quindi ha bisogno di una parte della vita per fare sbagli, un’altra per poterli capire, e una terza per cercare di vivere senza sbagliare.

 

Arrivederci alla prossima recensione! Stay synchronized, on controlux! ®

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