E’ andata così, Gerard Depardieu fa outing

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Un uomo disonesto, ma onesto con se stesso e di converso onesto nella sua disonestà. Un uomo schietto, pratico, miracolato eppur conscio di esserlo stato. Quando guardi un suo film pensi che sappia recitare, che non sta bluffando, che è veramente in grado d’emozionare. Anche se la faccia non è proprio quella di un adone, anche se le physique du rôle non è propriamente quello di un attore. Mirabile la sua interpretazione, ad esempio, nel Conte di Montecristo, in compagnia del figlio precocemente scomparso. Non poteva essere altrimenti visti i precedenti, vista la vita avuta, fino ad un certo punto. Fino ad un incontro.

 

I treni passano una volta, forse qualcuna in più, il fatto è che se tu li sai cogliere e non hai niente da perdere, già al primo passaggio ti butti a capofitto senza domandarti quale sia la direzione. Senza preoccuparti se non hai il biglietto e quindi rischi che il controllore ti sgami e te la faccia pagare. E te ne freghi delle stazioni che attraversi, le vedi più come tappe, incontri, fino alla destinazione finale. Gerard Depardieu non nasce attore, non nasce in una famiglia bene, Gerard Depardieu a malapena sa parlare. Un dottore più avanti gli dirà che la sua difficoltà era per via del troppo udito, che gli frenava le parole. Gerard non è il prescelto, non è un predestinato, Gerard non si sente diverso dagli altri eppure lo è per certi tratti. Cresce in una casa senza parole, fra il padre analfabeta e la madre di buona famiglia ma costretta a figliare come una coniglia, fra una scuola lasciata troppo presto a causa dei soldi che non c’erano, per diventare ragazzo di vita di Pasoliniana accezione. Cresce in strada, fra contrabbando e praticantato in una tipografia, un lavoro pulito e poco remunerato che non fa altro che portarlo sull’altra strada, quella ricurva e non retta, quella che porta alla galera, dove uno psicologo inizia a mettergli scompiglio, ad insinuargli un tarlo: hai le mani da artista. E a Gerard allora si apre un mondo. Un mondo che inizia con un viaggio.

 

Un viaggio in un libro, se dicessi tutto non lo leggereste, cosa che invece consiglio di fare, se non altro per capire che pure se tutto sembra stia andando a puttane non è detto, non è detto fino alla fine. A questo sembra volerci portare Gerard Depardieu nella sua mini autobiografia, appena 131 pagine al netto di tutto, edita da Bompiani nella collana Overlook, che mischia insieme considerazioni, sentenze, racconti di vita, dispiaceri, consigli, sbagli e speranze. Come quelle che vuole lasciarci in eredità nel finale. L’eredità che intende regalare ai propri figli e nipoti, ma anche a tutti i lettori. E l’eredità che ci lascia è il retaggio di una persona che sembrava apparentemente non avere scelta di vita e che invece l’ha avuta, fortunatamente. Ma che poi l’ha saputa sfruttare, evidentemente.

 

E’ andata così, di Gerard Depardieu, è il ritratto dell’uomo prima ancora che dell’attore, il ritratto di una persona libera che è stata in grado di restarci, malgrado tutto, malgrado gli sbagli. E’ il racconto della forza che può avere un uomo se aiutato dal fato, lungo il proprio cammino. E’ la consapevolezza di quanto è importante l’arte per la salvaguardia dell’uomo, dell’uomo artista ma anche di chi la consuma come spettatore. E’ infine il resoconto, circostanziato, di un amore primitivo, di un amore brutale e primigenio, dell’amore per la vita.

 

Ecco qualche estratto, dal libro:

 

Quello che la gente non capisce è che non ho mai avuto il sogno di fare l’attore. Il mio sogno è stato quello di sopravvivere. Ho fatto l’attore per uscire dall’analfabetismo. Avrei potuto fare altro, ci sono capitato per caso, non ho scelto niente. E siccome non ho niente, mi devo sbattere. Non per avere tutto, che non mi interessa. Ma la vita mi interessa, cazzo! La vita di cui parla Giono. La vita con le sue sorprese, quella non smette mai di interessarmi. Mai. Se non vogliono pagarmi, me ne frego, vado a fare qualcos’altro.

 

Ho corso tutta la vita per piacere, per essere stimato, perché a mia volta potessi avere un po’ di considerazione per me stesso, non fosse che un decimo di quello che mi stimavano gli altri, e ora me ne frego: prendetemi per come sono oppure lasciatemi in pace. Se mi volete cambiare, dico: “Provate pure, accomodatevi, ma ricordate che in natura ciò che si taglia rispunta subito, come la gramigna”. […] E me ne frego di quello che la gente sostiene di me: “Tanto si sa che è pazzo, un coglione, un maniaco, e per di più è grasso, puzza…” Io li lascio parlare, so che si sbagliano e che siamo in un mondo dove tutto è falso.

 

Laggiù conta solo l’apparenza, hanno quarant’anni e sono già morti. Non andranno mai in fondo a se stessi. Hanno il loro lavoro, due marmocchi, le mogli fanno le casalinghe e si fanno trombare dal primo che passa mentre il marito ha l’amante e quando torna a casa si addormenta a fianco di una donna che non tocca più. Il sabato sera fanno la grigliata sul prato e la domenica sera litigano. Nei quartieri residenziali della periferia Ovest le cose vanno così.

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